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Perugino Inedito

a Campione d’Italia

15 Ottobre 2011- 15 Gennaio 2012 


 

  • Presentazione

 

Una mostra di straordinaria raffinatezza e di sensibile impatto emotivo quella ospitata recentemente presso la Galleria Civica di Campione d’Italia, prezioso scrigno di tradizioni culturali e radici storiche della Comunità campionese che affondano nel lontano regno longobardo allorchè, proprio nella seconda metà del 700, Totone costituì sulle rive del Ceresio un suo feudo, successivamente ceduto per via testamentaria alla Basilica di Sant‘Ambrogio di Milano nella persona dell’Arcivescovo Tommaso.

 

Da quel lascito il legame e le vicissitudini di Campione seguirono intersecandosi sempre più simbioticamente quelle della Diocesi milanese per oltre un millennio.

Nel corso del periodo di dipendenza nei confronti della Diocesi meneghina, Campione fu culla di un nutrito gruppo di artisti: i Maestri Campionesi (Ugo, Giovanni, Bonino, Zenone, Matteo: solo per ricordare i maggiori), che portarono e diffusero il loro modo di fare arte, ispirandosi al paesaggio lacustre da cui provenivano e lasciando la propria impronta presso numerosi edifici ecclesiastici.

 

L’ex Chiesa San Zenone, attuale Galleria civica, è un indiscusso forziere di opere indigene di tali maestri: un vero e proprio testamento d’arte.

 L’esposizione appena proposta è nata dalla collaborazione tra il Comune di Campione d’Italia, la Soprintendenza per i beni Storico-Artistici dell’Umbria e l’Università degli Studi di Perugia ed ha visto giungere nell’enclave 12 opere di Pietro Vannucci, detto Il Perugino, pittore rinascimentale di origini umbre, vissuto tra il 1450 ed il 1523.

Parte delle tavole esposte provengono da una collezione privata del Canton Ticino.

Ha curato l’esposizione, accompagnandola con contributi critici il Professore Federico Mancini, Direttore del Dipartimento di Scienze Umane e della Formazione presso l’Ateneo perugino.

Una mostra che ha permesso alla folta platea di visitatori di entrare a diretto contatto con le complesse dinamiche di uno dei laboratori d’arte più prestigiosi e prolifici del Rinascimento italiano.

Ed eccoci dinnanzi al dittico, per la prima volta presentato al pubblico, del Cristo incoronato di spine e della Vergine, momento cloú dell’intera esposizione e sapientemente collocato, quasi volendo accrescerne e preservarne quell’alone di intimità famigliare di cui è espressione, nella cappella laterale dell’ex chiesetta di San Zenone.

Un innegabile intuito di grande raffinatezza dell’allestitore.

Al visitatore pare proprio di essere a tu per tu a colloquiare con il Cristo e la Vergine, carpendo il dolore intimo di Maria e quello fisico, vigorosamente  celato, di Gesù.

“Le due tavole - spiega lo studioso Mancini - costituivano le valve di un altarolo domestico, successivamente smembrato e ridotto a due distinti quadri, che si poteva aprire per la preghiera domestica. Una volta chiuso era collocabile nello scaffale di una libreria: oggetto elegantissimo per il salotto di un amateur”.

Sulla coperta di pelle, quasi certamente realizzata in ambiente fiorentino, benché forti siano i richiami veneziani di tali dipinti, si notano impressi eleganti motivi decorativi formanti  una doppia riquadratura punzonata con al centro il monogramma cristologico.

La sofferenza “narrata” sembra non intaccare né il bel volto della Vergine che affida il suo dramma ad uno sguardo tuttavia di grande soavità, né quello del Cristo, che in un timido silenzio sopporta il dolore derivatogli dalle spine conficcate nella fronte.

Di fronte a tanta sommessa eloquenza di sentimenti ne deriva al visitatore una sensazione di estasi cui è difficile sottrarsi.

Emozione che non lo abbandonerà nemmeno nel prosieguo del viaggio allestito attorno all’arte rinascimentale umbra.

Lasciamo infatti che i nostri occhi vengano catturati dalle coppie di tavole raffiguranti San Nicola, San Girolamo, l’Angelo annunziante e la Santa Martire.

Intrise di forti connotati mistici, un’approfondita indagine di tipo tecnico diagnostico ha condotto alla conclusione che le quattro opere, di pregevole raffinatezza esecutiva benché di piccole dimensioni, appartengano con grande probabilità allo smembrato e disperso tabernacolo del polittico di Sant’Agostino, oggi suddiviso tra vari musei.

Un serrato confronto fra le quattro tavolette ed il polittico sopraccitato, realizzato in due distinte fasi stilistiche  (dal 1502 al 1512 la prima e dal 1513 al 1523 la seconda), consente infatti di appurare in mostra l’attendibilità dell’ipotesi critica.

Forse furono proprio tali opere, esposte in questa occasione nell’enclave italiana, dopo una loro prima presentazione in pubblico presso la Galleria Nazionale dell’Umbria nel luglio 2010, che valsero al Vannucci l’eloquente soprannome di Divin pittore.

Chi ha visitato l’esposizione avrà sicuramente potuto lasciarsi inebriare di quella dolce ed elevata umanità che nella bottega del Vannucci prese forma e che, grazie all’attività del suo più grande allievo, Raffaello, incantò il mondo. 

Campione d’Italia è orgogliosa di  aver proposto con grande gusto estetico ed amore per l’arte tale importante momento culturale.

 Accomiatandoci dal nostro lettore non possiamo sottrarci dal riproporre quanto scrisse il Vasari a proposito della vena artistica del Perugino:

«Tanto piacque al suo tempo, che vennero molti di Francia, di Spagna, d’Alemagna e di altre province per impararla».

La stessa affermazione potremmo enunciarla noi oggi, reduci dall’aver compiuto un viaggio dai toni quasi ascetici attorno ad uno dei massimi interpreti dell’arte rinascimentale umbra, modificando l’ultima parola: per ammirarla!

 

 

 

Catalogo: Comune di Campione d’Italia Edizioni.